Lo sviluppo sostenibile e la distrazione generale

L’estate che sta finendo e l’oblio dello sviluppo sostenibile
Il 2026 si avvia ad abbattere diversi record relativi ad indicatori dello stato di degrado ambientale, tuttavia, anche a giudicare dai titoli degli organi di informazione, il concetto di sviluppo sostenibile risulta nei fatti sempre meno presente. Certo, si parla tanto di riscaldamento globale e di crisi climatica, e di come adattarsi (cosa che ovviamente va fatta). Ma sembra sempre più marginale la proposta forte del cambiamento del modello di sviluppo, che è l’unico modo per agire sulle cause del problema.
Oltre le semplici impressioni
Dopo l’epoca d’oro della sostenibilità, coincidente grosso modo con gli anni del Covid-19, a partire dal 2023 si sono accumulate una serie di tendenze decisamente scoraggianti:
- Agenda politica: alle elezioni europee del giugno 2024 i seggi dei partiti verdi sono scesi da 71 a 53, mentre i partiti scettici sul clima hanno guadagnato terreno su tutta la linea. Il termine “greenlash” (coniato da Nathalie Tocci) entra nel lessico politico europeo per descrivere la reazione a proteste degli agricoltori, aumento dei costi energetici e percezione di oneri normativi eccessivi. L’esito più concreto è il pacchetto Omnibus I (26 febbraio 2025): stop-the-clock su CSRD/CS3D, restrizione del perimetro CSRD (da imprese >250 dipendenti a soglie molto più alte, con una riduzione stimata dell’80% delle imprese obbligate) e semplificazione degli ESRS, approvato definitivamente nel 2026.
- Copertura mediatica: il calo è quantificato e marcato. Nel dataset Media Cloud (248 testate USA) la copertura del termine “climate change” è scesa di quasi il 32% nel 2025 rispetto al 2024, con un calo del 46% rispetto al 2021. Le reti TV broadcast USA (ABC, CBS, NBC) hanno registrato un calo del 35% nella copertura clima nel 2025, e il Media and Climate Change Observatory dell’Università del Colorado (che monitora 131 testate in 59 paesi) rileva un calo globale del 14% nel 2025 sul 2024. Il dato interessante è che questo calo non riflette una perdita di interesse del pubblico, quanto una riduzione dell’offerta editoriale, soprattutto in TV — un fenomeno di “fatica” redazionale più che di domanda.
- Percezione pubblica vs. salienza politica: qui va fatta una distinzione netta, perché sono due curve diverse. Il sostegno di fondo resta alto e stabile: l’Eurobarometro di giugno 2025 conferma che l’81% degli europei sostiene l’obiettivo di neutralità climatica UE al 2050 e l’85% ritiene che affrontare il clima dovrebbe essere una priorità. Ma la salienza relativa — cioè il posto del tema nella classifica delle preoccupazioni — è crollata: ambiente e clima come “problema più importante per l’UE” sono scesi al nono posto con il 10% delle citazioni nella primavera 2025, -5 punti rispetto all’autunno 2024 e -16 punti rispetto all’inverno 2021-2022. In pratica: la sostenibilità non è diventata impopolare, ma è stata scavalcata nell’ordine di priorità da inflazione, sicurezza/difesa e migrazione, complice il contesto geopolitico (guerra in Ucraina, crisi energetica, seconda amministrazione Trump).
Sviluppo sostenibile, oppure estinzione di Homo sapiens
Ora, invece di stare a macerarsi e lasciarsi andare ad una rassegnazione sempre più impotente, in questo bizzarro contesto, giova mettere a fuoco che la caratteristica peculiarmente umana che ha creato i problemi sempre più gravi coi quali ci stiamo confrontando, cioè la capacità di sviluppo, è la risorsa alla quale rivolgersi per trovare le soluzioni. Ciò che serve è continuare a migliorare le conoscenze scientifiche e a mettere a punto nuove tecnologie sostenibili.
Ma, soprattutto, occorre accrescere a tutti i livelli la volontà etica di considerare tutte le conseguenze dell’agire, anche sul lungo termine, per poter decidere e preferire da oggi solo quelle azioni che abbiano un impatto complessivamente generativo.
Si tratta quindi assolutamente di continuare nello sviluppo.
Ma ora questo sviluppo deve essere sostenibile.
Occorre cambiare il modello di sviluppo, quindi gli obiettivi, quindi le domande da cui nascono gli obiettivi.
Riordinare le idee
Uno degli aspetti più sorprendenti del presente è che, a giudicare dalle azioni, sembra sfuggire ai più l’incontrovertibile evidenza del fatto che, sebbene il concetto di sviluppo sostenibile si basi sulla ricerca di equilibrio tra le istanze economiche, sociali e ambientali, per la vita economica occorre una vita sociale e affinché ci sia una vita sociale, cioè esseri umani vivi che interagiscono, deve esserci il sostrato ambientale capace di garantire il loro sostentamento a livello biologico. La scienza da molte decine di anni ci sta dicendo che l’attuale modello di sviluppo è incompatibile col mantenimento di questo sostrato ambientale.
Anche per chi mette al centro l’economia dovrebbe essere ovvio che la salvaguardia dell’ambiente è l’assoluta priorità, quindi agire conseguentemente, ma incredibilmente questo non accade.
Possiamo definire questa situazione ‘distrazione collettiva’, per evitare espressioni più dirette e sgradevoli come ‘ottusità’ o ‘stupidità’.
Ma di questo si tratta: paradossalmente, con l’enorme aumento dell’intelligenza in campo, soprattutto grazie all’AI, il comportamento complessivo del sistema umano è sempre più ‘stupido’
La visione sistemica
Abbiamo appena usato il termine ‘sistema’, che è un concetto chiave in questo ambito: non a caso uno degli eventi più importanti nella storia della sostenibilità, cioè la pubblicazione nel marzo 1972 del libro ‘I limiti dello sviluppo’, avvenne grazie all’impegno del System Dynamics Group del prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) . La volontà di considerare contemporaneamente tutte gli effetti dello sviluppo, compresi i collegamenti tra gli stessi richiede di integrare le conoscenze specifiche ottenute grazie alle diverse discipline scientifiche con lo sguardo d’insieme prodotto dal pensiero sistemico.
La visione sistemica produce ‘risultati’ che non hanno lo stesso livello di attendibilità di quelli derivati dalle specifiche discipline scientifiche, tuttavia è lo strumento che, al momento, risulta il più adatto (si potrebbe in alternativa dire ‘il meno inadatto’) per affrontare la sfida.
L’impatto
In ottica di sviluppo sostenibile, un concetto importantissimo da mettere a fuoco è l’impatto. L’impatto sociale e ambientale, consiste in concreti benefici (o danni) sperimentati dall’ambiente o da categorie di stakeholder.
L’impatto può essere negativo, ma anche positivo. Per questo motivo consideriamo non tanto opportuna l’espressione ridurre l’impatto. Se ne può ben cogliere il senso se ci riferiamo al passato e all’ambiente, in quanto la priorità è stata (e, intendiamoci, ancora è in moltissimi casi), ridurre gli impatti ambientali negativi.
Tuttavia, se parliamo oggi dell’impatto di un’azienda o di una persona impegnata verso la sostenibilità, va considerato che quella azienda o persona avrà, se lo vuole, molte opportunità non solo di ridurre gli impatti negativi, ma anche di generare anche impatto positivo, a livello sia ambientale che sociale.
L’impatto sociale è in forte relazione con i diritti dell’essere umano. Le attività economiche possono facilitare o ostacolare la realizzazione di questi diritti. Il fatto che avvenga l’una cosa o l’altra genera l’impatto sociale.
L’impatto ambientale delle attività economiche dipende dai flussi materiali in ingresso (materie prime, semilavorati, energia, acqua) e in uscita (prodotti e servizi, rifiuti, emissioni). L’impatto sociale delle attività economiche dipende dai flussi immateriali in ingresso (ad esempio talenti, competenze, possibilità di esprimerli mettendoli a valore) e quelli in uscita (ad esempio informazioni, partnership, cultura, benessere psicologico).
L’economia della ciambella

L’economia della ciambella è un modello che aiuta a rappresentarsi cosa significa sviluppo sostenibile.
Come si può vedere nell’immagine, gli effetti dell’attività umana possono essere rappresentati in relazione ad una ciambella. (‘L’economia della ciambella’ Kate Raworth)
La ciambella ha un limite interno che rappresenta i livelli minimi per diversi aspetti della qualità della vita degli esseri umani.
Il limite esterno rappresenta invece i livelli massimi di sfruttamento delle risorse naturali e di emissione di sostanze nell’ambiente.
Per essere sostenibile, l’attività umana deve rispettare questi limiti, quindi svolgersi all’interno della ciambella: questo determina una situazione di equilibrio e di capacità di prosecuzione nel tempo grazie all’auto rigenerazione delle risorse del sistema.
Quando i limiti vengono superati si creano invece disturbi che pregiudicano la capacità del sistema di mantenere o ritrovare l’equilibrio necessario per proseguire verso il futuro continuando a mantenere condizioni adatte alla vita umana.
Nella figura sottostante si può vedere che i limiti sono stati ampiamente superati per molti dei fattori considerati. Questo evidenzia la urgente necessità di azioni correttive.

7 R per lo sviluppo sostenibile
Come si può rimanere all’interno della ciambella? La risposta a questa domanda non è affatto semplice, ma può essere d’aiuto considerare questi principi:
- RIDURRE: decisamente la più impopolare, ma di fatto la più efficace, e intuitivamente quella indispensabile: occorre diminuire la massa di merci che vengono prodotte, spostate, utilizzate e vanno smaltite a fine vita; nella pratica questo obiettivo si può perseguire in diversi modi:
- Con la condivisione (sharing)
- Evitando acquisti compulsivi
- Acquistando le giuste quantità e evitando gli eccessi
- RIPARARE: era ‘normale’ fino a non tanto tempo fa, ma nei paesi ricchi questa pratica è in via d’abbandono; va invece recuperata perché contribuisce a diminuire la domanda di nuovi prodotti
- RIUSARE: anche questa era una pratica normale prima che si entrasse in pieno consumismo: si tratta di sfruttare sostanze o oggetti non più idonei all’utilizzo precedente per altri scopi, allungando così il ciclo di vita e riducendo la domanda di nuove sostanze o oggetti
- RICICLARE: pratica fortunatamente ormai piuttosto diffusa, almeno in Italia e in altri paesi sviluppati, che permette di recuperare certe tipologie di prodotti grazie alla raccolta differenziata dei rifiuti
- RISPETTARE: l’ambiente, le persone, gli animali, gli oggetti: se si riesce a fare bene questo, il resto viene da sè
- RIPENSARE: riconsiderare ogni consuetudine, ogni abitudine, ogni modo di fare e di pensare alla luce delle 5 ‘R’ precedenti
- RIGENERARSI: come esseri umani esposti, soprattutto in questa epoca così sfidante) a depressione, scoramento, sfiducia, rassegnazione, è fondamentale trovare i modi per mantenersi in salute fisica e psicologica e coltivare un livello energetico interno alto e potente, tale da alimentare la necessaria capacità e volontà di agire
La questione energetica
Un aspetto fondamentale dello sviluppo consumistico-capitalistico è l’aumento esponenziale dell’impiego di energia. Le discontinuità nell’andamento storico dello sviluppo industriale sono state e sono tendenzialmente associate all’adozione di nuove fonti e forme di energia: i muscoli umani, i muscoli animali, il vento, l’acqua, il carbone, il petrolio, il gas, l’elettricità, il nucleare da fissione, il fotovoltaico.
Grande attesa c’è oggi per il nucleare da fusione, che ci offre la prospettiva di avere una fonte di energia praticamente infinita e un processo per produrla non inquinante e non pericoloso.
Ma questa tecnologia ancora non è disponibile, e tutte le fonti energetiche mature, anche quelle rinnovabili, comportano sempre maggiori o minori impatti negativi sull’ambiente e, come è sempre più evidente, anche sulla società.
Rimane quindi un principio chiave dello sviluppo sostenibile la riduzione dei consumi energetici.
Valore economico e risorse naturali: il disaccoppiamento
Il valore è qualcosa di immateriale: è un contenuto che viene prodotto all’interno della nostra mente. Come effetto dei bisogni, dei desideri, delle aspirazioni, delle paure, delle credenze, degli ideali e di quant’altro esiste all’interno del nostro campo psichico, arriviamo a decidere, più o meno consapevolmente, che qualcosa vale per noi più o meno di qualcos’altro.
Il mondo economico si adopera, con mezzi sempre più scientifici e raffinati (come ad esempio il neuromarketing) di farci percepire valore, per motivarci al nuovo acquisto o alla fidelizzazione rispetto a un brand.
Che il valore abbia una natura immateriale è un fattore importante e in qualche modo promettente.
Se sinora lo sviluppo economico si è realizzato in gran parte sotto forma di crescita, e ha teso, ad esempio, ad aumentare i livelli quantitativi di consumo pro capite dei diversi prodotti o servizi, il che, impiegando energia e materie prime e producendo rifiuti, ha le conseguenze sull’ambiente che conosciamo, l’immaterialità del valore rende possibile il decoupling (disaccoppiamento) tra aumento del valore, dal quale il sistema economico (e in realtà lo stesso Homo Sapiens) non può prescindere, e aumento dell’impatto ambientale, in termini di impiego di energia e materie prime e produzione di rifiuti e emissioni.
Il decoupling è un principio cardine del modello di sviluppo sostenibile. Lo possiamo esprimere con l’espressione ‘fare più con meno’: generare più valore usando meno risorse materiali.
Collaborazione invece di competizione
La competizione è un principio fondante del capitalismo. Questo non significa che all’interno del capitalismo non abbiano trovato spazio, e non possano trovarlo, dinamiche collaborative. Tuttavia la competizione continua ad essere il paradigma prevalente, una qualità che accomuna il commercio e le guerre armate. Se da un lato è evidente quanti benefici siano stati prodotti dalla competizione, in termini di innovazione e ottimizzazione dei processi, dall’altro è altrettanto evidente che la competizione è tra le cause principali degli effetti negativi ai quali occorre ora porre rimedio. Se in una certa misura la dinamica competitiva può essere la molla che dà impulso alle innovazioni necessarie per la transizione sostenibile, è assolutamente necessario che venga inquadrata nell’ambito di un nuovo paradigma collaborativo a livello mondiale, di cui troviamo un embrione nell’ SDG17 “Partnership per gli obiettivi”.
Condividiamo tutti il pianeta da cui proviene tutto quanto è necessario per le nostre vite. Salvaguardare nel pianeta condizioni ambientali e sociali compatibili con la possibilità e una qualità desiderabile di vita è interesse comune per il quale è necessaria la massima collaborazione.
Lo sviluppo non può che essere sostenibile
La scienza ci dice da tempo con chiarezza che l’attuale modello di sviluppo capitalista-consumistico porterà il pianeta ad una condizione incompatibile con le necessità vitali di Homo Sapiens.
È tanto vero da costituire una tautologia affermare che lo sviluppo sostenibile sia la direzione da perseguire per ottenere su nuove basi condizioni compatibili con le necessità della vita di Homo Sapiens sul pianeta Terra.
Occorre quindi cambiare il modello di sviluppo.
L’avvento del modello capitalistico-consumistico si è basato su forze che vivono all’interno degli Homo Sapiens da sempre, e da sempre ne determinano in massima parte il comportamento: la ricerca del potere, la sopraffazione del forte sul debole, la mancata responsabilizzazione rispetto agli effetti collaterali del proprio agire.
La transizione verso il modello sostenibile richiede la capacità di determinare i comportamenti non più a partire da istanze ‘naturali’, corrispondenti alle parti più involute dell’essere umano ma, al contrario, a partire da facoltà più evolute che, sebbene presenti in Homo Sapiens, ad oggi si manifestano ancora in modo insufficiente.
Si tratta pertanto di una grande sfida, che pone a Homo Sapiens non poche e non piccole difficoltà.
Le difficoltà sono fatte per essere superate, del resto.
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