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Tempi di Machine Learning: e l’apprendimento umano?

Tempi di Machine Learning: e l’apprendimento umano?

Senza categoria 29 Mag 2026 di Fabio Fantuzzi

L’attenzione che negli ultimi anni sta suscitando la diffusione dell’Intelligenza Artificiale ha posto anche il non addetto ai lavori di fronte al concetto di Machine Learning, che sta, appunto, alla base delle attuali tecnologie di AI. E’ un fatto che appare un po’ paradossale, in quanto il termine ‘apprendimento’ almeno stando a semplici impressioni non confortate da dati scientifici, sembra che sia molto più usato adesso che in passato. 

Ma viene usato, appunto, con riferimento alle macchine e in funzione dell’AI, mentre sembra che continui ad essere usato molto poco (anzi, sempre meno) in relazione all’essere umano.

Cos’è l’apprendimento e perché è così importante

L’apprendimento è quel processo che porta il soggetto ad acquisire nuove conoscenze, competenze e capacità. L’apprendimento domina le prime fasi della vita, cioè infanzia e adolescenza. Il neonato non ha praticamente nessuna capacità, se non quella innata di piangere e succhiare. Con gran velocità impara tantissime cose, compiendo vere e proprie enormi conquiste: stare seduto, gattonare, tirarsi in piedi, camminare, parlare, scrivere, leggere, contare. Contemporaneamente la sua mappa del mondo diventa sempre più ricca, approfondita e dettagliata.

Provando a vederne l’intima essenza, l’apprendimento crea, con l’ausilio del cervello, quelle entità immateriali all’interno della mente che permettono di produrre effetti desiderati nel mondo materiale: si impara a usare conoscenze per risolvere in generale problemi, tipo afferrare un oggetto o progettare un viaggio sulla luna, o essere felici. Quelle entità immateriali (rappresentative) all’interno della mente sono in relazione con circuiti neurali che si attivano in corrispondenza della loro comparsa sul piano immateriale.

L’apprendimento nelle diverse età

Mentre per i bambini più piccoli l’apprendimento è visibilmente entusiasmante, in quanto consiste in conquiste di qualcosa che prima non c’era (gattonare, camminare, andare in triciclo e poi in bicicletta, parlare, ecc), con l’andare del tempo il collegamento tra apprendimento e piacere declina, come diventa altrettanto evidente nell’adolescenza

Quando si arriva all’età adulta avviene una trasformazione piuttosto profonda della natura dell’apprendimento, in quanto ciò che in precedenza consisteva in una conquista diventa invece una sostituzione. Ad esempio, pur avendo già imparato a parlare, da adulti potremmo proporci di migliorare la nostra dizione. In questo caso il nostro impegno dovrà spegnere vecchie abitudini e accenderne di nuove, sostitutive. Questo processo che, come si intende, comporta una perdita o rinuncia, è faticoso, impegnativo e scomodo. Come potremo approfondire magari in altra occasione, dietro a questa scomodità ci sono processi all’interno del cervello molto costosi in termini energetici.

Che con l’avanzare dell’età l’apprendimento diventi sempre più difficile lo si può osservare in modo assai chiaro nelle persone molto anziane che, con alcune eccezioni abbastanza rare, mostrano una sostanziale totale  incapacità di acquisire nuove capacità, ad esempio rispetto alle nuove tecnologie.

Le fasi del processo di apprendimento

È utile inquadrare il processo di apprendimento attraverso questa nota struttura di fasi.

  • Fase 1: incompetenza inconsapevole
    La persona non sa di non sapere, non si rende conto di ignorare la cosa, quindi non può vedere in questo un problema ed è, di fatto, convinta di sapere. È fenomeno assai diffuso e conosciuto che meno uno sa, più è convinto di sapere. In epoca di Covid era frequente sentire persone che, nella evidente totale ignoranza dei più elementari principi di statistica, epidemiologia, economia e psicologia sociale, erano convintissime si sapere, meglio di specialisti che studiavano da una vita quei temi, quello che si sarebbe dovuto fare. Oppure quando, dopo la partita persa dalla nazionale, fioriscono gli esperti che, sebbene non abbiano mai allenato una squadra in vita loro, sono convinti che se fossero stati al posto dell’allenatore avrebbero portato la nazionale alla vittoria.
    Questa fase è estremamente godibile (si ricordi l’espressione ‘beata ignoranza’) e tragicamente pericolosa.
  • Fase 2: incompetenza consapevole
    Accade qualcosa che riesce a vincere la piacevole convinzione della persona che non sa. Se questa non svicolerà con il più classico dei rimedi, cioè la rimozione, si ritroverà nella seconda fase, che è scomoda, spiacevole, dolorosa. La persona ora riconosce che il problema c’è, e che non è in grado di risolverlo. Questo dolore è la possibile base per la motivazione verso l’apprendimento.
  • Fase 3: competenza consapevole
    Se la motivazione è nata ed ha avuto forza sufficiente, la persona si sforza di imparare, cioè di cambiare modi di sentire, modi di pensare o modi di fare e per far ciò deve fare i conti con le abitudini. Una vera e propria battaglia in cui l’abitudine parte con grande vantaggio, in quanto ‘va da sola’, cioè senza attenzione e impegno consapevole, mentre i tentativi di cambiarla richiedono molta attenzione e molto impegno consapevole, risultando costosi in termini energetici, e conseguentemente ‘sgraditi’ alla fisiologia del cervello che, in assenza di sufficiente sforzo consapevole, tende sempre a far prevalere le sue istanze. Se la persona ha sufficiente motivazione e immette sufficiente sforzo, vince la battaglia e la vecchia abitudine ne esce indebolita o sconfitta.
  • Fase 4: competenza inconsapevole
    Questo prelude al quarto stadio, che consiste sostanzialmente nel fatto che il nuovo modo di sentire, pensare o volere si è ‘consolidato’, diventando a sua volta un’abitudine (questa volta intenzionale). Quando questo passaggio è compiuto, la persona si ritroverà a comportarsi come ha consapevolmente deciso senza più bisogno di immettere sforzo consapevole. In altre parole, la persona è cambiata, in quanto in automatico ha comportamenti diversi dai precedenti. Possiamo a questo punto dire che l’apprendimento è pienamente avvenuto.

L’adulto può apprendere? Il lifelong learning

È assai interessante rilevare che l’espressione ‘lifelong learning’, che si può tradurre come ‘apprendimento lungo tutto l’arco della vita’ risulta nata negli anni ’30, ma con un significato diverso da quello attuale, che viene invece introdotto solo nel 1972 dall’UNESCO. Ma solo  “Al 2001 risale l’ampliamento della definizione di lifelong learning, intendendo con questo tutte le attività avviate in qualsiasi momento della vita, volte a migliorare la conoscenza, la capacità e la competenza in una prospettiva personale, civica sociale ed occupazionale. Infine, nel 2002 l’istruzione e la formazione diventano i mezzi indispensabili per promuovere la coesione sociale, la cittadinanza attiva, la realizzazione personale e professionale, l’adattabilità e l’occupabilità.” (Wikipedia)

Come è spiegabile un tale fenomeno, cioè che si parli di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, con l’accezione attuale, solo a partire dall’inizio del terzo millennio?

Si propone una risposta estremamente semplice: prima non ce n’era bisogno, quindi la cosa non era interessante. Perché non ce n’era bisogno? Perché la velocità di cambiamento del contesto economico e sociale era rimasta al di sotto di una certa soglia critica.

Qual era questa soglia critica? Quella che stabiliva il limite entro il quale un individuo poteva arrivare serenamente (praticamente e moralmente) alla fine dei suoi giorni utilizzando e facendo fruttare sostanzialmente solo quanto aveva appreso del mondo in giovane età.

L’apprendimento dell’adulto c’è sempre stato?

Parlando di apprendimento, quindi di un aspetto della dimensione mentale della vita umana, va considerato che fino a non tanto tempo fa l’elemento dominante della vita sociale è stato la tradizione. Imparare significava imparare la tradizione, quindi tutta la conoscenza, (o forse sapienza?) che proveniva da un più o meno remoto passato. 

Una volta appreso il passato nell’età deputata all’apprendimento, cioè infanzia e adolescenza, era ormai acquisito un ‘patrimonio’ che era sufficiente per affrontare le difficoltà che si sarebbero incontrate in vita. Ciò era vero in quanto il contesto circostante era tendenzialmente stazionario e, se cambiava, cambiava comunque lentamente. Se definissimo un indicatore ‘tasso di cambiamento sociale’ ricavandolo dai cambiamenti nei diversi livelli delle dinamiche economiche e sociali, ebbene, questo indicatore avrebbe avuto valori molto bassi, per la maggior parte degli Homo Sapiens, fino grosso modo a tutto il XIX secolo.

L’accelerazione del cambiamento

Poi è successo che nuove tecnologie sono diventate rapidamente alla portata di larghe fasce della popolazione, e questo ha iniziato a rendere i cambiamenti più frequenti. Quando sono entrate in campo le tecnologie legate all’informazione, come le trasmissioni radio e, successivamente, la televisione, c’è stato un ulteriore impulso alla velocizzazione dei diversi processi in atto nella vita sociale. L’avvento dell’informatica e soprattutto di Internet hanno determinato un forte cambiamento di scala del fenomeno, che è stato ulteriormente accentuato dalla diffusione degli smartphone. 

Se proviamo a inquadrare quello che sta succedendo in una visuale più ampia, possiamo vedere che Homo Sapiens compare 300.000 anni fa. 70.000 fa avviene la rivoluzione cognitiva, cioè la capacità di rappresentare cose non materialmente esistenti. 

Fino a meno di un secolo fa le informazioni che arrivavano alla mente di un Homo Sapiens provenivano dalla percezione, attraverso i sensi, di fenomeni materiali originari, o dalla trasmissione orale da parte di altri Homo Sapiens di elementi della tradizione (erano quasi tutti analfabeti). 

Oggi nella nostra mente entrano nel giro di minuti informazioni di eventi accaduti in qualunque altra parte del mondo, e possiamo comunicare istantaneamente con altri Homo Sapiens distanti decine di migliaia di chilometri.

Tutto ciò è meraviglioso e spaventoso allo stesso tempo. 

Lo strumento materiale di cui disponiamo per fronteggiare questa nuova dimensione è, dal punto di vista biologico, come già evidenziato, lo stesso dei nostri antenati di 70.000 anni fa.

Da ciò nasce un problema, un grosso problema.

L’adulto può apprendere? A quali condizioni?

La prima parte della domanda ha una risposta semplice e definitiva: Sì.

La seconda parte richiede invece una risposta decisamente più complessa. Sicuramente le condizioni sono in parte soggettive e in parte oggettive. In altre parole, la possibilità per l’adulto di apprendere dipende da un elemento soggettivo che è fortemente interconnesso con elementi ambientali.

L’elemento soggettivo è la volontà di apprendere.

Questo fattore, per motivi ancora in parte misteriosi, non è presente in misura uguale in tutti gli individui.

Gli elementi ambientali sono tutti quei fenomeni che possono interagire con l’ineludibile fattore soggettivo, rafforzandolo o indebolendolo. 

La relazione tra i fattori soggettivi e quelli ambientali rimane solitamente a livello inconscio.

L’apprendimento in chiave spirituale

Se affrontiamo il tema con un approccio che consideri l’esistenza di entità non materiali, l’apprendimento è il fenomeno che per eccellenza riguarda il nostro IO, che possiamo considerare l’anello di congiunzione tra la nostra persona incarnata e la nostra entità spirituale. Per intenderci, l’IO è quella parte di noi che normalmente viene zittita e soverchiata da quella enorme massa di automatismi a diversi livelli di cui tende a riempirsi la nostra esistenza. Tuttavia, con sforzo e intenzione, lo possiamo fare emergere e far vivere.

La vita dell’IO è intimamente legata all’apprendimento. Possiamo dire che allo stesso modo in cui il nutrirci di sostanze materiali va a modificare il nostro corpo fisico (e questo è scientificamente riscontrabile), l’apprendere va a modificare il nostro IO. Questa trasformazione dell’IO è strettamente correlata al processo di evoluzione individuale, che, sempre in chiave spirituale, possiamo considerare come il motivo per il quale la nostra entità spirituale si incarna.

Visto in quest’ottica, appare evidente quanto l’apprendimento per Homo Sapiens sia un tema fondamentale, anzi IL tema fondamentale. 

E risulta allora ancor più bizzarro che ultimamente se ne parli tanto, ma in relazione alle macchine.

Responsabili del nostro apprendimento

È evidente che l’accelerazione dei cambiamenti sociali ed economici genera un’accelerazione del fabbisogno di apprendimento, ma questo sembra non essere ancora un tema sul tavolo, e il caso che siamo quotidianamente a fare i conti con morti in guerra, genocidi, crisi climatica e crisi energetica ovviamente non aiuta a dargli priorità.

È invece nostra convinzione che proprio l’apprendimento, in particolare anche quello degli adulti, sia la chiave per un futuro più desiderabile per tutti, e che un passo importante in questa direzione sia assumere la responsabilità della nostra capacità di apprendimento.

Perché, se non siamo sufficientemente capaci di apprendere, siamo un problema, prima di tutto per noi stessi, per chi ci sta intorno e, più in generale, per l’ecosistema di cui facciamo parte.

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